
in val d'Algone, un paesaggio solo apparentemente naturale: è tutto ri-nato nel Novecento!
La Val d'Algone, oggi conosciuta per i suoi sentieri immersi nella natura e la biodiversità protetta, nasconde un passato sorprendente. Tra le foreste di abeti e le acque cristalline, un tempo sorgeva una vetreria attiva, cuore pulsante di un'economia di montagna oggi quasi dimenticata. Questo post racconta la storia della vetreria ottocentesca della Val d'Algone, il suo declino e la straordinaria trasformazione del sito in un'area naturale tutelata.
Desideriamo quindi soffermarci sull'antica vetreria della val d'Algone, accanto alla quale sorge il rustico rifugio Ghedina dove, ogni volta, ci fermiamo per un caffè lungo la salita della strada di fondovalle.
L’Antica Vetreria di Val Algone nacque grazie all’abbondanza di quarzo nelle montagne giudicariesi. Questo minerale favorì, infatti, lo sviluppo dell’ industria vetraria in tutte le Giudicarie nel corso del XIX secolo.
In val d'Algone si trovava una delle quattro vetrerie che sfruttavano il sottosuolo ricco di silicio per la produzione della pasta vetrosa. La sua ciminiera è ancora in piedi ed è visitabile, si trova proprio accanto al rifugio Ghedina e domina la radura dove si trovano il rifugio e l'Albergo Brenta.
Un percorso didattico collega l’antica cava e l’antica vetreria attraverso il racconto della produzione del vetro, della trasformazione antropica dei luoghi e del potere della natura che si è ripresa il suo spazio.
La val d'Algone, quindi, non era quel paradiso (quasi) selvaggio che appare oggi. Tutt'altro. Mentre ai giorni nostri, la mano dell'uomo si nota "solo" nel nastro d'asfalto che sale lungo il torrente, nelle centraline che captano le acque lasciando in secca vasti settori del torrente stesso o nel rifugio, nell'Hotel e nei vari masi, un tempo la valle era priva di vegetazione (disboscata per alimentare le fornaci) e invasa dai fumi degli stabilimenti produttivi. Il suolo, poi, era scavato alla ricerca di quarzo e silicio (anche se la principale fonte di quarzo era il versante di Massimeno).
La vetreria - di cui resta, come detto, la ciminiera - è stata per anni l'unica fabbrica di lastre del Tirolo austriaco. Ogni elemento naturale della valle concorreva alla produzione: il legname come carburante, il fragoroso torrente, invece, alimentava il moto della macina che frantumava il quarzo trasformandolo nella polvere da cui la fornace avrebbe ricavato il vetro.
A fine Ottocento - complice la vendita di legname alle ferriere bresciane - la valle era pressochè spoglia.
Nel Novecento, però, tutto cambiò per mano di Orazio Ghedina, cortinese ed imperial regio commissario forestale. Dispose di piantumare l'intera vallata e vietò il pascolo libero delle capre, al fine di evitare che i germogli venissero mangiati dagli animali. Il vivaio e la riforestazione diedero buoni risultati, oltre a garantire un po' di lavoro, e la valle pian piano recuperò l'antico splendore. Proprio per questo, il rifugio ha un nome così... forestiero (Ghedina, infatti, non è un cognome trentino, ma ampezzano). E' intitolato a questo caparbio ingegnere forestale sin dal 1946!
Appena prima dell'imbocco della val d'Algone si trova Iron. Questo piccolo borgo, abitato oggi solo durante l'estate, si raggiunge deviando dalla provinciale che unisce Ragoli a Stenico. Si trova a 875 metri di quota, nascosto nella fitta vegetazione. E' disposto in una piccola spianata su una conca erbosa dove si riconoscono i segni secolari dell'attività agricola: la posizione e l'esposizione, infatti, favorivano la coltivazione degli alberi da frutto, anche su terrazzamenti.
Lungo la strada che collega Ragoli a Stenico, superata la frazione di Coltura, si incontra, prima dell’imbocco della Val d'Algone, una forestale che stacca sulla sinistra; percorrendo la stradina immersa nel verde si raggiunge, dopo pochi minuti, il piccolo ed antico borgo.
Oggi, recuperati, si possono ammirare i muri massicci delle antiche case, le porte basse, i focolari di pietra, l'unione di legno e granito come materiali costruttivi, l'antica Osteria al Pozzo e la chiesetta di San Giacomo.
Il borgo, in crisi demografica già a fine Quattrocento, pare sia disabitato dal 1630, anno delle peste descritta da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. L'ultimo superstite, secondo la leggenda, dettò le sue ultime volontà urlandole ad un notaio che si trovava ben lontano, più a valle e poi ... e poi le versioni divergono. Una leggenda narra della fine dell'epidemia e della riabilitazione del superstite che contribuì a ripopolare la valle mentre un'altra storia tramanda un romantico suicidio del superstite.