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Il Catinaccio e le Torri del Vajolet (scorri la gallery)
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Tramonto sul Catinaccio
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Catinaccio dai prati del Doss
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A malga Haniger
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Tra passo Nigra e malga Messner
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Salendo al rifugio Fronza alle Coronelle
Alto Adige

Ai piedi del Catinaccio e del Vajolet

La val di Tires è tanto bella che stupisce sia così (relativamente) poco frequentata.
Si raggiunge iniziando a salire dai dintorni di Bolzano, poco oltre Blumau/Campo Isarco. La strada, per i primi chilometri, è la stessa che porta a Castelrotto e Siusi. Ad un bivio, però, si svolta a destra e si sale in direzione di Tires/Tiers.
Un primo scorcio è su castel Presule, ai piedi dello Sciliar, a due passi dal paese di Fiè, scenografica vedetta sulla valle d'Isarco, sul bordo di un curioso rilievo.
Fino al capoluogo comunale è un susseguirsi di boschi e prati da sfalcio, uno scenario tipicamente sudtirolese.
Caratteristico è anche il paese di Tires con la sua chiesa di San Giorgio: risalgono al 1332 alcuni elementi della torre mentre il tetto a forma di cipolla è del 1739. L'abside fu cambiata nel corso del XV secolo. Più in generale è settecentesco l'attuale aspetto barocco e sempre del '700 sono i tre affreschi dipinti da Carl Heinrichi sul soffitto della chiesa. All'interno, se la fonte battesimale è del '400 molto più moderno è l'organo, datato 1982 e realizzato da Paolo Ciresa della val di Fiemme.
Isolata, tra pascoli e boschi, la chiesa di San Sebastiano fu costruita in stile gotico ai tempi della peste del 1635 (San Sebastiano, infatti, è il protettore dalla peste) sul luogo dove sorgeva una chiesetta romanica intitolata a Santa Cristina. Curiosamente l'area dove sorge questa chiesa ha un nome che da tempo immemore rimanda alla sacralità: si pensa, quindi, fosse un luogo di culto anche in epoca pagana.
Poco fuori dal capoluogo risulta spettacolare la posizione di una piccola cappella, alle porte di San Cipriano. Il paese prende il nome dalla bianca chiesetta che campeggia su un verde prato al cospetto del Catinaccio e delle Torri di Vajolet. Rinnovata nei secoli, ha un'origine trecentesca.
E' qui che la valle offre il suo tratto più scenografico. Poco dopo Tires, infatti, un paio di curve e la strada regala un subitaneo impatto visivo con il Catinaccio e le Torri del Vajolet. Un tramonto su queste pareti offre emozioni cromatiche indimenticabili: i ladini chiamano "enrosadira" il progressivo tingersi di rosso della dolomia. 
Al di là delle spiegazioni scientifiche ed etimologiche, il mito fa risalire l'enrosadira ad una maledizione di re Laurino che, tradito dal suo giardino, vi si scagliò contro intimandogli che "nè di giorno nè di notte" nessuno l'avrebbe mai più ammirato. Il giardino, infatti, secondo una versione aveva attirato l'attenzione di un principe che guardando le rose scorse la figlia di Laurino, se ne innamorò e la rapì. Secondo un'altra versione, invece, fu re Laurino a rapire una sposa ma i nobili che lo inseguirono furono in grado di catturarlo perchè Laurino, pur essendo in grado di diventare invisibile, lasciava le orme sul giardino e quindi era facilmente individuabile. In entrambi i casi, però, Laurino, nella sua maledizione, si dimenticò di alba e tramonto ed è per questo che in quei pochi attimi lo scenario diventa così affascinante.
Il Catinaccio diviene Ciadenac in ladino e Rosengarten in tedesco. Rosengarten ovvero "giardino delle rose" secondo la tradizione, anche se in realtà pare che il toponimo fonda gli elementi fonetici rose e gartl come in altre località alpine - Arosa, monte Rosa, lo stesso Gardeccia - ad indicare crepacci, precipizi e pietra.
I fotografi non trascureranno infine il fascino della piccola chiesetta alle porte di San Cipriano, un rifacimento settecentesco di un luogo sacro originario del XIV secolo.

Superato il comune di Tires e la meraviglia per queste montagne così verticali si prosegue alla volta del passo Nigra e del passo Costalunga. Si viaggia attraverso boschi lussureggianti, costeggiando le pareti del Catinaccio e della Roda di Vael fino al valico che segna l'ingresso in val d'Ega (ega significa acqua in ladino) ed il primo sguardo al Latemar.

E' un altro gruppo dolomitico di grande fascino, caratterizzato da cime e pinnacoli di roccia, ghiaioni, valloni ma anche verdi altopiani ai suoi piedi. Il massimo splendore viene raggiunto dalle limpide acque del lago di Carezza, poco a valle del passo Costalunga.
Il lago, detto dai ladini "lec de Ergobando", ovvero lago dell'arcobaleno, è un trionfo di colori. Vi si riflettono le pareti rocciose del Latemar ed i verdi boschi di conifere. Le acque assumono colorazioni intense e rappresentano uno spettacolo sorprendente.
Si può passeggiare attorno al lago lungo un facile sentiero: è però vietato avvicinarsi alle acque, riserva naturale molto preziosa.

Proseguendo lungo la val d'Ega si scende verso Bolzano attraversando diversi paesi dal vario fascino fino ad incrociare le ormai semi-nascoste opere del vallo alpino in Alto Adige: questi manufatti (torrette, tunnel, punti di avvistamento) fanno parte di un complesso sistema di difesa che Mussolini volle creare per proteggersi da eventuali incursioni naziste. Per questo, l'intero sistema - che si estende dalla Carnia al passo Resia - venne detto "linea non mi fido", dal momento che la Germania nazista e l'Italia fascista erano ufficialmente alleate.

Sia nel Latemar sia nel Catinaccio sono possibili passeggiate ed escursioni di vario livello ed incomparabile gradevolezza.

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