





splendida vallata ladina, chiusa tra le Dolomiti
Val di Fassa, estate, fra verde e azzurro, e al tramonto, ecco l' Enrosadira… Quando il sole sbuca o sparisce all'orizzonte, i suoi raggi accendono di colori le bianche pareti delle montagne dando vita ad uno spettacolo unico al mondo.
Una volta immersi in questo scenario fantastico, le possibilità di riconciliarsi con la natura e con se stessi sono infinite. Dal sostare davanti a panorami incandescenti, al dedicarsi all'osservazione di fiori e animali selvatici, al ritemprarsi tra le brume e i profumi alpestri di "Eghes", ad un intervallo culturale con la visita del Museo Ladino di Fassa.
E poi, la raccolta di funghi, la pesca, le manifestazioni tradizionali, i giochi per i più piccoli.
Rododendri, primule, gigli, genziane, stelle alpine, anemoni, nigritelle: sono solo alcune delle numerose specie floreali, rare e meno rare, da trovare durante le passeggiate in fondovalle o a quote più elevate. Gli esperti in botanica raccolgono in questa zona diverse piante medicinali dagli effetti quasi miracolosi. Le cime e i boschi sono abitati da animali selvatici di varie specie, dagli uccelli rapaci come i falchetti e l'aquila reale agli ungulati (cervi, camosci e caprioli), dalle volpi rosse ai simpatici tassi, e per molti escursionisti non è raro fare qualche incontro imprevisto: è divertente appostarsi al limitare dei prati per scorgere le marmotte, che escono con il loro simpatico musetto dalle tane per allertare le loro compagne in caso di anomale presenze "umane".
Sul territorio del comune di Moena, nella zona dell'Alpe di Lusia, incide in parte il Parco di Paneveggio, area protetta di salvaguardia dell'ecosistema montano dolomitico, che dispone anche di interessanti centri visitatori e di un recinto dove la presenza di cervi e caprioli documenta in particolare l'ambiente alpino d'alta quota.

(Marmolada da passo Fedaia)
La Grande Guerra tra le Dolomiti
Sulle Dolomiti si sono scritte pagine memorabili di storia, in particolare durante il primo conflitto mondiale, che vide la Val di Fassa trovarsi immediatamente a ridosso del fronte che dalla Marmolada lambiva in tutta la sua lunghezza il territorio fassano, incombendo dalle alture di Costabella, Juribrutto e Cima Bocche (a sud del passo San Pellegrino).
Oggi sono numerosi gli itinerari ed i percorsi che conducono a camminamenti, postazioni e trincee dove sono ben visibili le tracce del conflitto mondiale, segni che in gran parte, grazie ad un'attenta attività di ricerca e ricostruzione storica, rivivono anche in mostre itineranti o piccoli musei (anche privati) che con l'esposizione di numerosi oggetti, attrezzi, cimeli, armi, munizioni e altro inducono ad un tuffo nel passato per comprendere l'epopea dei soldati italiani ed austriaci che si trovarono coinvolti nella più straordinaria delle battaglie combattute in alta quota tra rocce e ghiacci.
Tra questi, il Museo della Marmolada, il più alto d'Europa, situato a quota 2950 mslm nella stazione della funivia di Serauta, si propone di ricordare ed onorare, in maniera imparziale e al di sopra di ogni ideologia politica e di confine, tutti gli uomini che sul ghiacciaio, al gelo e nel buio delle gallerie combatterono con coraggio, soffrirono e morirono per la propria patria.
Oggi, con il riscaldamento globale a martellare i poveri ghiacciai alpini, sembra impossibile ma sotto il ghiacciaio della Marmolada si realizzò una vera e propria città. La "città dei ghiacci" rappresenta un’opera d’ingegneria militare unica, scavata dall'esercito austro-ungarico nel ventre della Marmolada per ripararsi dal fuoco italiano e dal gelo: dodici chilometri di tunnel e baraccamenti fino a quaranta metri di profondità. L'opera permise di alloggiare centinaia di soldati in relativa sicurezza, collegando le postazioni di cresta alle retrovie. Non ne rimane più nulla, ovviamente.
Il Museo Ladino
La riflessione su identità e memoria costituisce uno degli scenari chiave di questo primo scorcio del terzo millennio, preso com'è fra globalizzazione e perdite di identità, chiusure localistiche e spinte fondamentaliste.
L'Istituto Culturale Ladino di Vigo di Fassa, prestigiosa istituzione culturale che da cinque lustri opera per la valorizzazione della lingua e della cultura dell'antico popolo delle Dolomiti, ha accolto la sfida e ha offerto una sede espositiva alle proprie collezioni di etnografia alpina.
Il Museo Ladino di Fassa svela il proprio patrimonio con un design di sicuro impatto, curato dal noto architetto milanese Ettore Sottsass. Al Museo si lega anche il nome di Milo Manara, maestro incontrastato nelle illustrazioni della bellezza femminile. A cura dell'artista si segnalano soprattutto alcune tavole che rappresentano personaggi della mitologia fassana che ci pervengono dalla tradizione orale, come le bregostènes e le vivènes, streghe e salvani.
L'allestimento è caratterizzato dalla tecnologia multimediale interattiva, che permette ad esempio di "sperimentare visivamente" le diverse fasi di un'operazione agricola, di "partecipare" ai complessi rituali che si svolgevano a contorno delle nozze ladine, di "condividere" l'allegria dissacrante e spesso inquietante del Carnevale fassano e così via.
Ma cos'è il ladino e chi sono i ladini?
La lingua ladina è il risultato dell'influenza retica sul latino parlato dai soldati romani di stanza nelle valli alpine attorno al gruppo del Sella ed in altre località tra Friuli e Grigioni.
E' una lingua antica che si parla, oltre che in val di Fassa anche nelle altre valli del Sella (val Gardena, val Badia, Livinallongo) e nei territori dell'Ampezzano, del Comelico, in alcune zone del Friuli e nel Cantone dei Grigioni in Svizzera.
Alcuni ritengono ladini anche diversi dialetti nònesi e solandri (val di Non e val di Sole). Sono ovviamente parlate con una radice comune ma differenti di vallata in vallata.
Nel 1985, vennero festeggiati i 2000 anni di cultura ladina. Nel 15 a.C. infatti si verificò la conquista della regione da parte di Druso, condottiero romano, che originò la fusione culturale da cui, intorno al I secolo d.C., nacque la lingua ladina.
Nomi ladini rimangono su vari masi e costruzioni del XVI-XVII secolo a testimonianza della diffusione di tale parlata che però, con l'arrivo delle popolazioni germaniche nel Tirolo meridionale, venne isolata in valli laterali come appunto la val di Fassa, la val Gardena o la val Badia.
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Pagina redatta in collaborazione con
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