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Il gruppo Puez
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Sassongher, simbolo di Corvara
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Dal passo Valparola
Alto Adige

Alta Badia

LINGUA E CULTURA LADINA
La lingua ladina è il risultato dell'influenza retica sul latino parlato dai soldati romani di stanza nelle valli alpine attorno al gruppo del Sella ed in altre località tra Friuli e Grigioni.
E' una lingua antica che si parla, oltre che in val Badia anche nelle altre valli del Sella (val Gardena, val di Fassa, Livinallongo) e nei territori dell'Ampezzano, del Comelico, in alcune zone del Friuli e nel Cantone dei Grigioni in Svizzera.
Alcuni ritengono ladini anche diversi dialetti nònesi e solandri (val di Non e val di Sole).
Nel 1985, vennero festeggiati i 2000 anni di cultura ladina. Nel 15 aC infatti si verificò la conquista della regione da parte di Druso, condottiero romano, che originò la fusione culturale da cui, intorno al I secolo dC, nacque la lingua ladina.
Nomi ladini rimangono su vari masi e costruzioni del XVI-XVII secolo a testimonianza della diffusione di tale parlata che però, con l'arrivo delle popolazioni germaniche nel Tirolo meridionale, venne isolata in valli laterali come appunto la val Gardena o la val Badia.
Affascinanti sono le tradizionali feste ladine dove le genti locali rinverdiscono le tracce di una storia millenaria: a Ferragosto si festeggia Santa Maria del Ciuf (ovvero l'Assunta) e le donne, vestite del loro tradizionale costume, portano fiori ed erbe, benedetti durante la Messa, agli animali affinchè arrivi fortuna a tutta la fattoria.
La sagra paesana è un altro momento di forte identità: in alcune famiglie si preparano ancora i crafuns da segra, crapfen salati, che vengono donati ai giovani affacciati alle finestre.
Ad Ognissanti invece vengono donate dalle madrine ai figliocci alcune focacce dolci a forma di gallina (per le femmine) e cavallo (per i maschi): tale pane evocava contatti con i parenti defunti.

Nel 2014 si è celebrata la (triste) ricorrenza del Centenario dall'inizio della Grande Guerra. Le montagne ladine furono uno dei principali teatri di questo terribile momento storico.
Raccontano dagli uffici turistici locali: " Una delle pagine più tristi della storia mondiale ebbe inizio il 28 luglio 1914, quando l’Austria dichiarò guerra alla Serbia e di seguito alla Russia, il 6 agosto dello stesso anno. Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra schierandosi con l’Entente (Inghilterra, Francia e Impero Russo), contro gli ex alleati della Triplice Alleanza (Impero Germanico e Impero Austro-Ungarico).
Siccome dall’inizio delle ostilità (1914), le truppe austro-ungariche erano occupate sul fronte orientale, nel 1915, il compito di fermare l’Italia sulle montagne dolomitiche, fu affidato ai pochi battaglioni di marcia, agli artiglieri delle fortezze in zona, ai pochi uomini della gendarmeria, uomini della guardia di finanza e non per ultimi ai giovani e vecchi del battaglione Standschützen Mareo. In loro appoggio giunsero ai primi di giugno i germanici dell’Alpenkorps.
I Ladini, fedelissimi all’Austria, aiutarono già a partire dagli ultimi mesi del 1914 ad approntare trincee e piazzole di artiglieria a difesa delle loro montagne al confine con l’Italia, consci di un prevedibile attacco. I generali italiani decisero di voler conquistare cime impossibili, quali il Castelletto, la Cima Falzarego, il Lagazuoi, il Col di Lana ecc. Queste cime divennero palcoscenico di aspri combattimenti. Per mancanza di difensori, i soldati Ladini si dovettero ritirare dal confine di stato su postazioni più favorevoli e facilmente dominabili dall’alto sperando di poter difendere la propria terra, le case e le famiglie. Molti dei soldati italiani non essendo pratici di montagna e dovendo attaccare dal basso verso l’alto sui ripidi ghiaioni scoperti non ebbero vita facile.
Prima dell’inverno del 1915 la linea del fronte rimase pressoché invariata e ambedue gli avversari si inchiodarono in una guerra di posizione e di logoramento. Per difendersi non solo dalle granate, ma anche dalle intemperie e dalle valanghe, iniziarono a scavare gallerie nelle rocce.
Data l’impossibilità di conquistare le vette con assalti diretti, si pensò di farle saltare in aria con mine. La Guerra di mine incominciò all’inizio del 1916, quando gli Austriaci ne fecero saltare una sopra una cengia nella parete sud del piccolo Lagazuoi, che verrà poi battezzata dagli italiani Cengia Martini in onore del loro comandante, il maggiore Ettore Martini.
Sul piccolo Lagazuoi fra il 1916 e il 1917 si fecero brillare in totale cinque mine, altre esplosero sulle montagne vicine, tra queste la cima del Col di Lana, minata dagli Alpini. Nessuna di queste azioni ebbe influenza decisiva sull’andamento della guerra e la linea del fronte non cambiò di molto dall’inizio alla fine della guerra.
Nel 1919 il Trentino Alto Adige, quindi anche le valli ladine vennero annesse all’Italia, uscita vincitrice dalla Prima Guerra Mondiale."


In tutto il Sud Tirolo, e più in generale nel mondo alpino, dal punto di vista architettonico e cromatico spiccano le chiese, antico punto di ritrovo delle popolazioni nel giorno di festa.
La parrocchiale di Colfosco punteggia un fortunato panorama ed è dedicata a San Vigilio e San Michele: costruita nel XV secolo è stata ristrutturata nel XVII.
Due sono le chiese di Corvara: la più recente è del 1959 mentre più a monte si trova la piccola chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, citata in documenti del 1347 - come l'originaria chiesa gotica del comune di Badia, ricostruita sul finire del Settecento - e probabilmente più volte rivisitata.
A La Villa vicino alla mole di Castel Colz si trova la parrocchiale di Santa Maria Ad Stellam, consacrata nel 1516 mentre il centro di San Cassiano - pedonalizzato per diverse ore durante il giorno - accoglie la chiesa barocca dedicata proprio al Santo che dà il nome al paese: fino al 1449 gli abitanti dovevano raggiungere Pieve di Marebbe - distante quasi trenta chilometri - per le più importanti funzioni religiose!
L'abitato si chiamava in origine Armuntarora, cioè "pascolo degli armenti", un toponimo che ancora ricorre in diverse località della vallata (Armentara, Armentarola, ..). La popolazione del borgo invocò l'aiuto del Santo per scongiurare una terribile ondata di peste: risparmiata dal flagello, gli dedicò come promesso il nome del paese. Sembra incredibile ma questa borgata, oggi dedita al turismo ed all'agricoltura, nel Seicento forniva manodopera agli altiforni di Valparola per la lavorazione del ferro estratto nel territorio di Livinallongo.
Più recente la chiesa di La Valle: l'attuale edificio risale al 1868, quando terminò la ricostruzione di un edificio più antico: la chiesa trecentesca, infatti, era divenuta troppo piccola. Sul paese domina la chiesetta di Santa Barbara, datata 1490.

Le "viles" sono le antiche fattorie ladine disseminate un po' ovunque tra le verdi pendici dei monti della val Badia. Ancora duecento sono i contadini che lavorano la terra in valle.
Un itinerario di 6.5 km e 250 metri di dislivello passa per luoghi interessanti come il maso Pincia, con un poderoso Blockbau in tronchi non squadrati, Runch, gioiello architettonico, la vecchia parrocchiale di La Val ed altri masi molto caratteristici.

Un viaggio alla scoperta del territorio, senza faticare, si può compiere sulle tracce del Tru Cultural, ovvero il sentiero culturale che si snoda tra alpeggi, radure e boschi dei dintorni di Badia.
Il percorso parte dal centro di Pedraces e porta a San Leonardo e Murin. In seguito prosegue per Coz e Sotciastel ed infine Oies: durante la passeggiata si ammirano chiese barocche, case nobiliari e siti archeologici. Un vero e proprio viaggio nella storia e nelle tradizioni della val Badia. Affascinante anche il Tru dles Viles percorso lungo ma facile che unisce diversi nuclei rurali dell'Alta Badia. 

All'anno 1484 risale la consacrazione del Santuario di Santa Croce, situato a 2045 metri di altitudine e voluto dal vescovo Konrad di Bressanone.
Posto ai piedi delle Dolomiti, fu successivamente ampliato a più riprese in particolare nel XVII secolo quando venne ingrandita la cappella e costruito il campanile. Quest'ultimo ospita tre campane i cui rintocchi riecheggiano tra le rocce e le pareti delle vicine Dolomiti. Sono addirittura tre le leggende legate all'origine di questo Santuario in quota: fu fondato da Otwin, conte di Lurngau e Pustrissa fattosi eremita; da suo figlio Volkhold o dalla popolazione di San Leonardo, magicamente aiutata dai colombi bianchi che portarono fin lassù il materiale necessario?
Nel 1718 vennero aggiunti il rifugio del sagrestano e l'ospizio per i pellegrini.

A San Martino, sulla strada per il passo delle Erbe, si trova il Museo Ladino di Castel Tor, un sito interessante non solo per la sua caratteristica posizione (la fortificazione è ottimamente conservata e davvero suggestiva per linee e collocazione) ma anche per l'interessante approfondimento che offre sulla storia, le tradizioni e la cultura ladina. Nei dintorni di San Martino, un pittoresco castello domina verdi prati da sfalcio.
Gemello di questo museo è il Museo dell'Ursus Ladinicus di San Cassiano. 

L'altro castello della valle è il già citato Castel Colz, nel cuore di La Villa, mentre all'imbocco della val Badia si trova la mole di Castel Badia, possedimento dei Conti di Lurngau e Pustrissa: siamo, però, in Val Pusteria.
Il maniero, situato alla confluenza del torrente Gadera nella Rienza, è in realtà un monastero: Volkhold, erede della casata, trasformò la fortezza in un monastero e lo donò alle monache benedettine.
Una badessa particolarmente ambiziosa ha probabilmente lasciato il suo nome al Sass dla Porta, nei pressi del lago di Braies, conosciuto anche come Cul de ra Badessa, perchè estremo settentrionale dei possedimenti del monastero nonostante le mire espansionistiche della stessa. Il monastero è oggi una struttura alberghiera privata. 

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